Lei è una biondina rinsecchita con la dentatura da coniglio, lui non è niente, ostenta la diffidenza dello stolto e rimane nel suo piccolo senza quasi mai aprire bocca.
Sono i nuovi gestori di un barretto poco più grande di un buco dove vado a volte a prendere il caffè e quando è troppo tardi per gli altri posti, ci prendo anche un panino ripieno di tignoso prosciutto tagliato a mano, sicuramente eredità di almeno tre o quattro gestioni precedenti.
Da loro puoi sempre trovare una Luisona che ti aspetta.
Lei parla per luoghi comuni, talmente comuni da essere sinceramente imbarazzante, ha un’opinione su tutto dall’euro che era meglio tenersi la lira, al fumo che "si dice" faccia male. Lei dice sempre "si dice" e se le chiedi chi lo dice ti risponde "la gente".
Lui non dice niente e conta sempre le monetine a voce alta per paura di sbagliare un resto.
Lei, se non fosse che lo squallore è a volte più intollerabile del mal di testa, susciterebbe una certa compassione ma poi sorride con quei suoi denti a coniglio e qualcosa ti si attorciglia nelle viscere rendendoti consapevole del fatto che nessuna umana pietà ti verrà in aiuto.
Però lei ci prova, prova ad essere gradevole e disponibile, prova a mostrare una certa confidenza negli atteggiamenti che vorrebbe forse suggerire all’avventore di passaggio che lì, nel suo micragnoso barretto, è come trovarsi a casa propria.
Tutte le volte quando mi vede, si stira leggermente portando le braccia sui fianchi e allungando la schiena, poi sorride lievemente, di quella leggerezza quasi materna con cui si mostra un informale interesse per le persone care e quindi mi chiede con quei suoi orribili dentoni "caffettino?".
Caffettino un cazzo! Mi verrebbe voglia di rispondere, cazzo vuol dire caffettino mentre ti stiri?
Ma poi mi limito ad un laconico si già sapendo che nonostante la millantata confidenza, dovrò chiedergli per la quarta volta in un giorno di macchiarmi il caffè con il latte freddo.
Solo una volta, qualche mese fa, si ricordò del latte prima che glielo chiedessi io ed era così felice di essersi ricordata che lo volevo macchiato, che iole ho risposto no, che il latte non ce lo volevo.
Niente da fare, nessuna umana pietà.
Quest’oggi però quasi quasi mi aveva convinta, c’è stato un attimo, una frazione di secondo in cui mi sono dispiaciuta per lei. Nel bar c’erano i soliti tre o quattro operai e un paio di impiegati di qualche studio vicino. Uno di loro al banco ha chiesto un bicchiere di vino e lei zelante e patetica come di consueto, ha preso velocemente due bicchieri e ha detto "Libero un vinellino anche per te?".
La cosa, a dire il vero, avrebbe assunto il solito squallido tono se non fosse che la biondina rinsecchita, ha assunto la posizione a ben nota della schiena stirata e ha ripetuto a voce alta per due o tre volte, lo stesso familiare invito al sig. Libero.
E’ stato come se per un attimo lei si fosse sentita davvero a suo agio con gli altri esseri umani, un momento, una frazione di secondo in cui il suo sguardo sfuggente pareva lontano, e finalmente assente da se stessa.
Un rapido momento in cui mi sono accorta di aver pensato "allora c’è vita in questo corpo", un momento subito interrotto dal Sig.Libero che piuttosto seccato da tanto silenzioso clamore, le ha risposto "eh!?! Non lo vedi che ce l’ho già il vino".
Poi ho fatto subito ammenda del mio peccato e le ho chiesto cosa ne pensasse della nuova legge sulla fecondazione artificiale dei fagiani.